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...Perchè una realtà non ci fu data e non c'è; ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere; e non sarà mai una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile...(l.pirandello)
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L'avvenire è dei giovani. La storia è dei giovani. Ma dei giovani che, pensosi del compito che la vita impone a ciascuno, si preoccupano di armarsi adeguatamente per risolverlo nel modo che più si confà alle loro intime convinzioni, si preoccupano di crearsi quell'ambiente in cui la loro energia, la loro intelligenza, la loro attività trovino il massimo svolgimento, la più perfetta e fruttuosa affermazione."Antonio Gramsci






  _bUbLè_



Il mondo si divide in:
quelli che mangiano la cioccolata senza pane
quelli che non riescono a mangiare la cioccolata se non mangiano anche il pane
quelli che non hanno la cioccolata
quelli che non hanno il pane
(Dai detti celebri di nonno Socrate)
-STEFANO BENNI-MARGHERITA DOLCEVITA

<----Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa." ---->

(DANTE, INFERNO,III,V.51)



_eLi,aLeX,bUbLè,RoX_


_sAeTta_

_SwEeTy_


_bUbLy&SiStEr_




















_aLeTtA&pRì_


_che smorfia...._

_che faccia.._


_bUbLè_VaLe_MaRy_MoNi_LiSeTtA_               


                 








_bUbLè&cOnViVeNtE uNivErSiTaRiA_




















_io stranamente mangio pan di stelle_



_PaPà PoLiTiCo_



















_CoMpAgNuCcIuE_




















_bUbLè&LoVe_



_bUbLè&mArGhE_

















                                            



LA CANZONE DELLA SETTIMANA


Doom dududu domm boom da da boom..

Everybody's gonna love today, gonna love today,
anyway you want to,
 anyway youv'e got to, love love me,
 love love me, love love

I've been crying for so long,
fighting tears just to carry on,
but now, but now, its gone away,

Hey girl why can't you carry on,
Is it cos your'e just cloudin your mother,
little tight, like to taste for fun,
Well you aint gonna taste no other,
gonna make you a lover,

Everybody's gonna love today,love today,
love today,
 gonna love today, anyway you want to,
 anyway youv'e got to, love love me,
 love love me, love love
girl with a groove with the big bust on,
 big bust on,
Wait till your mother and your papa's gone,
papa's gone , ohh mutha 4 her papa
, shock shock me, shock shock me, shock shock,

Everybody's gonna love today,
gonna love today,
anyway you want to, anyway youv'e got to,
 love love me, love love me, love love

yeah she's a lover and she's mighty fine ,
give her a dollar and she'll make you smile,

Hooker, walk a looker, walk away!

Carry dresses like a kid for fun,
licks her lips like their something other,
tries to tell you life has just begun,
but you know she's gettin sumthing otha
, makes yiou a life from the mother,

Everybody's gonna love today,love today,
 love today,
gonna love today,
 anyway you want to, anyway youv'e got to,
 love love me, love love me, love love
girl with a groove with the big bust on, big bust on,
Wait till your mother and your papa's gone,
 papa's gone ,
 ohh mutha 4 her papa,
 shock shock me, shock shock me,
 shock shock,
I said everybody's gonna love today,
 gonna love today, gonna love today,
 I said everybody's gonna love today,
 gonna love today, anyway you want to
 dadadadadaddadadadaddaadd
fades away














Grafica by Gemelle_Glitter/


 

Diario | test | canzoni | poesie&aforismi | racconti un po' pazzi di vita politica |
 
racconti un po' pazzi di vita politica
1visite.

2 aprile 2007

congresso ds roma 29-30-31 marzo 2007









congresso di chiacchierate,passeggiate, coccole e panini
un po' spento rispetto ai precedenti(forse perchè non ce lo siamo vissuto per davvero)
a parte il pezzo"evviva la gioventù idiota"!

post-congresso:hot dog e cinema....vi prego 300 mai più.. a parte che ho praticamente guardato andrea giorgio e filippo invece che il film(quelli si ammazzavano e a me faceva senso!) e erano troppo belli perchè facevano le stesse facce nello stesso momento!marghe morta dall'altra parte..

"ha parlato la regina?"
"no"
"ho dormito un'ora e non è successo un caxxo!"


cmq americanata che di più non si può...l'unica cosa che ho imparato:
 GLI SPARTANI NON SI ARRENDONO MAI!

vabbeh prima o poi riuscirò anche a mettere le famose foto di chiara ...quando e se questo computer si degnerà!




vabbeh io sono stracotta per cui....notte e sogni d'oro
p.s. ovviamente nelle foto non ci sono i miei veri compagni congressuali a cui va cmq un riconoscimento:mirko dalle marke e michi!GRANDI!









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11 marzo 2007

congresso di sezione

non intendo commentare un bel niente, è andata un po' male per quello che mi aspettavo, meglio per certi versi anche se abbiamo dovuto mostrare i denti e imporci un po' su certe cose.(vabbeh ma tanto anche se non mi imponevo...io ho gli appoggi...)

la cosa che più mi rende felice però è che filippo sia orgoglioso di me.
è andato in giro tutto il giorno e tutta la sera raccontando del mio "interventone"..


sera festa al woody allen come al solito alcool a volontà ma stavolta ho davvero esagerato(grazie a mirko dalle marke che è riuscito a salvarmi la vita)...non lo faccio più!
(ormai ho 19 anni compiuti, mi devo costruire il mio futuro...non posso continuare a fare bUbLè!)

un'ultima cosa...io sono fiera di quello che mi dice la mia testa.



 bublyfuture
(questo è quello che avreste letto sul mio blocco durante gli interventi)





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9 marzo 2007

foto congresso nazionale



gli straordinari resp.mattonella(nunzio)e resp.porta(stefano)




"chiama michele!!"


stefano intento nel suo lavoro


info alberghi


banco accrediti


notare come spunto orgogliosa


marghe stravolta



margherita e margheritina








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4 marzo 2007

IV congresso nazionale sinistra giovanile

è finitooooooooo



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Fausto Raciti è stato eletto segretario con l'89,8% dei voti(398 voti favorevoli su 450)

la canzone di questo congresso é:


un'altra notte finisce
e un giorno nuovo sarà
anna non essere triste
presto il sole sorgerà
di questi tempi si vende
qualsiasi cosa anche la verità
ma non sarà così sempre perchè tutto cambierà
per ogni vita che nasce
per ogni albero che fiorirà
per ogni cosa del mondo
finchè il mondo girerà
già si vedono
lampi all'orizzonte però
nei tuoi occhi io mi salverò
già si sentono tuoni aprire il cielo però
grida forte e sai che correrò

ora mi senti e ti sento
siamo una sola anima
e celebriamo il momento
e il tempo che verrà
se chi decide ha deciso
che ora la guerra è la necessità
io stringo i pugni e mi dico
che tutto cambierà
per ogni vita che nasce
per ogni albero che fiorià
per ogni cosa del mondo finchè il mondo girerà
già si vedono
lampi all'orizzonte però
nei tuoi occhi io mi salverò
già si sentono
tuoni aprire il cielo però
grida forte e sai che correrò
tutto cambierà
sai che cambierà
tutto cambierà
vedrai che cambierà
vedrai che cambierà
tutto cambierà





e finalmente sono finiti gli accrediti!
ringraziamenti speciali ai miei compagni di sventure, ai ragazzi della vigilanza(mirko dalle marke!),ai responsabili della mattonella luca&nunzio,a chi è stato agli accrediti con me, a chi è stato ai seggi(la peggiore delle cose da fare)e i responsabili coccole(senza i quali avrei sbroccato dopo mezz'orae soprattutto alla fine quando ero una fontana incustodita)..a parte qualche momento di panico in cui chiunque mi passasse davanti era candidato a essere appeso al muro come le bandiere...io ripeto che questo congresso l'hanno vinto quelli dell'organizzazione!!!!

del congresso vero e proprio non vi posso dire molto visto che ho seguito pochissimi interventi e i risultati finali..una sintesi è su
www.dsonline.it e su www.sgworld.it









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2 marzo 2007

da www.sgworld.it qualche notizia sul congresso in corso


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IV CONGRESSO NAZIONALE SINISTRA GIOVANILE

Il segretario della Sinistra giovanile della federazione di Roma, Andrea Baldini, che ospita il congresso dà il benvenuto e saluta tutti i compagni intervenuti:

“Siamo lieti di poter ospitare nella nostra città un così importante evento – riferisce Baldini - Il momento è cruciale e le scelte che compieremo in questi giorni saranno di fondamentale importanza nel dibattito in corso. La costruzione di un nuovo soggetto politico - continua il segretario - e di un nuovo soggetto generazionale in cui possa vivere la sinistra italiana, deve nascere anche sulla storia sulle radici della nostra organizzazione. Sono sicuro che il dibattito congressuale sarà assolutamente all’altezza di questo compito”.

Questa sera dalle ore 22:00 la federazione di Roma organizza una festa di accoglienza al Living Room, in Via Solferino 9 (nei pressi della Stazione Termini). Durante la serata saranno proiettate immagini dell’attività della Sinistra giovanile degli ultimi anni.






DISCORSO DEL PRESIDENTE FANCELLI:

"Care compagne, cari compagni,

 

ho l’onore di aprire il congresso della nostra organizzazione con il mio ultimo intervento come Segretario nazionale della Sinistra giovanile.

 

Dopo 5 anni di straordinaria intensità politica oggi siamo chiamati a misurarci con due sfide di portata storica: cambiare l’Italia con l’azione del nostro Governo e costruire la sinistra nuova con il progetto del partito democratico.

 

Per vincere queste due affascinanti e impegnative sfide c’è, ancora una volta, bisogno di noi, di una Sinistra giovanile profondamente rinnovata e coraggiosa, che sappia essere all’altezza dei due appuntamenti con la storia che stiamo vivendo.

 

Dobbiamo ricostruire dalle fondamenta il nostro Paese, conquistando più libertà e opportunità e maggiori diritti per le giovani generazioni.

 

Nello stesso tempo dobbiamo ridare dignità e funzione alla politica, con una nuova sinistra capace di cambiare il mondo in cui viviamo e di restituire un significato forte e un senso compiuto alle parole : ”passione politica”.

 

La sfida del Governo

 

Noi non dobbiamo mai dimenticare che quella che stiamo vivendo non è la prima esperienza di Governo del centro sinistra.

 

Nei lunghi anni di opposizione al disastroso Governo Berlusconi abbiamo riflettuto a lungo sulle ragioni della nostra sconfitta dopo i grandi risultati ottenuti dal primo Governo dell’Ulivo.

 

Ci siamo preparati con cura per superare i limiti di coesione e di concretezza che avevamo sofferto nella prima esperienza di Governo della sinistra, con la grande partecipazione dei giovani alle primarie, per fare un esempio concreto.

 

In particolare ci siamo misurati e ogni giorno continuiamo a farlo, sulla necessità di accompagnare l’azione del nostro Governo ad uno sforzo di partecipazione e di iniziativa politica che vada oltre la sola dimensione del sostegno al buon Governo dei nostri Ministri.

 

Per cambiare l’Italia le leggi e i decreti debbono uscire dalle stanze del parlamento e dei ministeri e riuscire a coinvolgere e appassionare la vita delle persone, in uno sforzo collettivo  di cambiamento morale e materiale del nostro Paese, che vinca le resistenze e le paure, gli egoismi e la rassegnazione di chi non vuole o non crede che l’Italia possa realmente essere più moderna, più giusta e più libera.

 

Con poche e chiarissime parole quello di cui abbiamo bisogno per cambiare l’Italia è il riformismo dal basso.

 

Il nostro dovere è di conoscere e capire il Paese reale in cui viviamo, andando oltre le immagini sfolgoranti delle televisioni, e le certezze del passato, per guardare l’Italia con gli occhi delle giovani generazioni, in uno sforzo quotidiano di studio e di analisi, che accompagni e indirizzi l’azione del Governo mettendola in sintonia con i bisogni materiali e le speranze della nostra generazione.

 

Il nostro Paese soffre di molti mali, antichi e nuovissimi perché generati dalla globalizzazione economica e dalla interdipendenza globale delle nostre vite, con cui dobbiamo ogni giorno fare i conti.

 

Non dobbiamo certo tacere le straordinarie risorse che l’Italia possiede, a partire proprio dal talento  e dalla tenace voglia di futuro dei suoi giovani.

 

Eppure vista con gli occhi delle ragazze e dei ragazzi la nostra società appare atomizzata e fragile, chiusa in mille roccaforti che difendono privilegi e corporazioni, incapace di superare l’eterno presente delle vite dei giovani lavoratori segnate dalla precarietà, incapace di costruire nuovi reti di protezione e promozione che diano autonomia e capacità progettuale a chi vuole misurarsi con la vita, divenire adulto, mettere al mondo dei figli.

 

 Il nostro Paese vive tutti i tratti della modernità globale dell’economia e della società, la modernità liquida: le trasformazioni e le tensioni a cui sono sottoposte le nostre comunità, in ogni loro articolazione, sono così forti e incontrollabili da rendere impossibili la strutturazione di risposte tradizionali di governo delle crisi sociali e di tutela delle possibilità di inclusione dei soggetti più deboli, in particolare giovani e donne.

 

Noi viviamo in un’epoca in cui, anche per l’eredità pesante dei 5 anni della destra, il nostro Paese sembra inevitabilmente destinato a subire la trasformazione da un’economia di mercato ad una società di mercato, in cui l’unico reale metro della cittadinanza sono i consumi, e ogni ipotesi di mobilità sociale è sostanzialmente ridotta all’ingresso nella cerchia ristretta di chi detiene rendite sicure.

La rottura delle reti sociali e dei legami, la crisi delle identità, l’impossibilità di immaginare delle relazioni sociali che abbiano un valore se non nel nucleo degli affetti più stretti, la famiglia, gli amici, sono solo i segni di una società atomizzata, che di fronte all’incalzare delle trasformazioni prodotte dalla globalizzazione tende a restringersi e a rinchiudersi in perimetri rassicuranti o apparentemente sicuri.

 

L’incertezza e la precarietà sono due condizioni diffusissime nella nostra generazione, ben oltre quanto già lasci immaginare il quadro ristretto di progettualità possibili con contratti a tre mesi, stipendi ridotti e assenza di diritti e garanzie: il problema è più ampio e complesso non è solo legato alla condizione del lavoro.

 

È il significato stesso del lavoro ad essere mutato, a non offrire più né senso né identità alle vite di chi lo incontra, a non essere uno strumento di progettualità, ma bensì un incerto mezzo di sussistenza: il lavoro non da speranze o certezze, non offre più una storia collettiva, è un percorso disconnesso e differente, individuale, singolo, spesso rimediato proprio grazie al nucleo ristretto degli affetti o peggio in canali opachi che conducono all’economia sommersa e al lavoro nero.

 

La percezione diffusa è quella di una sostanziale solitudine in cui singoli individui, iper competitivi e spesso spaventati dal futuro, si contendono poche opportunità di scalare una ripida gerarchia sociale, così consolidata e non discutibile, da apparire totalmente bloccata.

 

L’Italia, per chi ha meno di 30 anni, non è il Paese del merito, del talento, della libertà di essere e di fare quello che si vuole o si è capaci di costruire: al contrario il nostro è il Paese in cui il posto occupato nella società è sostanzialmente ereditario, il titolo di studio è ereditario, il lavoro, lo stesso orizzonte fisico in cui si vivrà tutta la propria esistenza è pressoché inevitabilmente segnato dalla nascita.   

 

La mobilità, sociale o negli studi e persino quella geografica è per molti versi impossibile: un esempio concreto, per intenderci, è quello dell’inaccessibilità, per chi non disponga alle spalle di redditi più che solidi, di gran parte delle città del centro nord o che sono sedi di Università prestigiose.

Il costo delle case, l’incredibile esosità degli affitti, la bassa disponibilità di case in affitto sono tratti che disegnano un Paese in cui cambiare città di residenza è un privilegio per pochi.

 

Al di fuori delle aree urbane più dinamiche crescono periferie la cui collocazione geografica non è più un fatto puramente urbanistico, ma torna prepotentemente ad essere lo specchio di una gerarchia sociale.

 

La stessa dimensione europea, pure così amata dai giovani italiani è un privilegio per pochi, basti pensare al basso numero di studenti Erasmus del nostro Paese e alle difficoltà di ritorno delle intelligenze italiane che hanno scelto per un’esperienza formativa  o professionale il quadro europeo: il biglietto per l’Europa è speso di sola andata.

 

L’accesso difficoltoso alle informazioni, alla rete, alle opportunità lavorative e di formazione, la distanza dagli ambienti ricchi di stimoli culturali e di reti sociali funzionanti sono elementi che determinano i processi di esclusione nella vita della società globale, che nel nostro Paese segnano il consolidarsi di nuove ingiustizie, perché acuiscono debolezze già presenti e limitano l’effettiva libertà delle giovani generazioni di superare gli ostacoli ereditati alla partenza.

 

È la famiglia di origine che, nel bene o nel male, più spesso nel male, determina il punto di arrivo possibile per un giovane italiano.

 

Tutto il nostro stato sociale è sostanzialmente fondato sulla famiglia, sul salario dei genitori, il loro trattamento di fine rapporto, il contratto del padre o, se lavora, della madre, quali uniche garanzie per mutui e prestiti di ogni tipo, o la pensione dei nonni: per chi ha meno di trenta anni il welfare è tutto qui.

 

La trasformazione del lavoro e di tutte le strutture sociali ad esso connesse non è stata minimamente accompagnata da una altrettanto veloce trasformazione delle protezioni sociali: lo stato sociale italiano è fermo al “lavoratore maschio adulto”.

 

La stessa idea di famiglia è ovviamente datata: il nucleo familiare non si disegna a partire dalle reti affettive e sociali, ma dalla sola forma matrimoniale, un’esclusione delle coppie di fatto e delle unioni affettive post matrimoniali ( il numero di divorzi è in costante e inarrestabile aumento) che nei fatti esclude dalle poche tutele disponibili la grande maggioranza dei giovani italiani.

 

Gli effetti sono visibili: trascinamento giovanile, cioè giovani la cui impossibilità di rendersi autonomi e di costruire un progetto di vita costringe ad innaturali attese, ben oltre il 30° anno di età, per sperimentare forme basilari di vita adulta, per mettere al mondo dei figli, costruirsi un’affettività pienamente vissuta.

 

Il ritardo dell’età in cui diviene possibile progettare la riproduzione determina nuovi e gravissimi problemi, legati ovviamente alla fertilità femminile, ma anche al valore distorto di genitorialità vissute con figli unici, destinati spesso a crescere soli, in una società con meno bambini: è il confronto con i tassi di fertilità degli altri paesi europei a disvelarci come avere un solo figlio non sia necessariamente una scelta, ma una necessità.

 

Il diffondersi di patologie connesse all’ansia, alla frustrazione di intelligenze cui viene negato il naturale dispiegarsi del proprio progetto di vita: laureati disoccupati o assunti solo con qualifiche risibili rispetto al loro percorso di studi è l’anticamera di un più diffuso processo di svilimento delle conoscenze, del sapere e del saper fare, che riconduce a pochi status sociali molto desiderabili l’orizzonte di vita cui ambiscono i giovani italiani.

 

È così che gli istituti tecnici e professionali perdono di appeal, così come la formazione professionale, il lavoro manuale, o lo studio delle materie scientifiche nel percorso universitario: gli approdi più credibili sono quelli stabili per definizione, il pubblico impiego, o molto remunerativi dal punto di vista non solo economico ma in primo luogo sociale.

 

Vanno interpretati così gli affollamenti di masse giovanili ai concorsi pubblici e l’incredibile concentrazione di intelligenze che scelgono gli imbuti delle facoltà universitarie di Giurisprudenza, Medicina, o qualunque corso di formazione sembri, con grandi approssimazioni legate al marketing degli Atenei, essere la nuova cornucopia della ricchezza e della stabilità.

 

Nella società degli individui i giovani italiani non trovano infrastrutture di orientamento e accompagnamento che leniscano la loro solitudine ed incertezza, né nel percorso di scelta degli studi, né per orientarsi nel mercato del lavoro, né per l’accesso alla formazione continua o a quella professionale, vere chimere per una generazione che ne avrebbe disperatamente bisogno.

 

Le idee e l’impegno non trovano adeguata valorizzazione: né nei percorsi di crescita di nuove imprese, basti pensare alle difficoltà di accesso al credito, né nelle possibilità di carriera e di crescita individuale, dove, per fare due esempi, alle giovani donne di talento sono pressoché preclusi i piani alti di guida di imprese, Atenei o di qualunque altra struttura sociale, e più in generale vige una pressoché totale gerontocrazia dove al talento dei giovani si preferisce la fedeltà, il tempo di permanenza, la contiguità a gruppi di pressione o di controllo, se non addirittura la pura linea di successione dinastica.

 

Ecco perché noi pensiamo occorra ripartire dalle biografie: perché nonostante i mille punti di crisi del nostro sistema Paese, le giovani generazioni sono una straordinaria leva di cambiamento che può riconnettere e modernizzare la società italiana, aiutando il tessuto sociale sano e competitivo ad affrontare la sfida della modernità senza subirne gli effetti deteriori.

 

Ripartire dalle biografie significa certo ricondurre ai bisogni materiali e alla loro piena soddisfazione gli obbiettivi di una politica riformista, ma anche riuscire a produrre una stagione di cambiamento che liberi talenti, energie, intelligenze oggi represse, disperse e frustrate.

 

Ripartire dalla biografie vuol dire perciò provare a costruire una nuova identità collettiva della società italiana, una missione del nostro Paese, una dimensione condivisa e riconoscibile dell’interesse generale, che intorno ad un’idea di società da costruire insieme unisca la libertà e la voglia di futuro degli individui, battendo l’egoismo e la frammentazione del deserto sociale che avanza.

 

La nostra missione deve essere quella di denunciare le ingiustizie, raccontare e rendere comprensibili le nostre vite, dare voce alla giovani generazioni.

 

La questione generazionale, di cui tanto ci siamo occupati, superando definizioni povere o strumentali, del tipo “i giovani sono eterni adolescenti” o “la guerra tra padri e figli”, o la “generazione X” e tante altre, la questione generazionale era e rimane una questione generale, perché riguarda il futuro di tutte le generazioni, dell’intera società italiana.

 

Le domande di cambiamento che nascono dalla nostra generazione sono un paradigma di modernità e di innovazione che può guidare tutta l’azione del Governo.

 

I problemi dei giovani italiani sono quelli di un intero Paese che deve tornare a guardare con fiducia al futuro.

 

E la nostra funzione non cessa di essere proprio quella di dare rappresentanza alle giovani generazioni.

 

Di costruire forme moderne e accessibili di partecipazione che riescano a connettere l’orizzonte di vite così precarie e ricche di solitudine.

 

Per costruire la nostra politica di organizzazione giovanile riformista e di governo, per costruire la politica e la sinistra tra le giovani generazioni, noi dobbiamo in primo luogo battere l’indifferenza e la rassegnazione.

Dare un senso e una prospettiva alla vita di ognuno,affinché ognuno possa essere l’artefice del progetto della propria vita, affinché ognuno possa liberamente e con  coraggio trovare la propria strada.

 

Dare risposte ai bisogni materiali, certo, ma inscrivere ogni progetto di vita in un’idea di società, in un disegno corale, perché solo così si conquista dignità e credibilità per la nostra politica agli occhi dei giovani italiani.

 

In un’epoca di troppe “Passioni Tristi”, noi dobbiamo trovare la via con cui la passione per il destino dell’Italia e la partecipazione attiva al suo cambiamento siano il lievito della nostra azione di Governo.

 

La politica suscita passioni quando parla della vita reale delle persone, dei bisogni, dei progetti possibili, delle speranze.

 

Noi proprio per questo non amiamo la divisione narcisista e da salotto, propria in genere dei giovani rivoluzionari le cui famiglie sono ricche, troppo ricche per vivere vite reali, fra la sinistra di lotta e quella di governo.

 

Questa distinzione non esiste.

 

Noi siamo impegnati in una pacifica e quotidiana lotta per cambiare l’Italia, che vive in ogni luogo, nelle piazze, nei cortei, nei movimenti, ma anche nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle periferie e nei piccoli paesi, ovunque.

 

Ma questa lotta ha un senso solamente se si è al Governo, perché solo con il Governo, con l’esercizio del potere democratico e responsabile, trasparente e intriso di legalità, solo con il potere si può cambiare l’Italia.

 

La vera lotta è essere al Governo e costruire un Paese più libero, giusto e moderno: fuori da questa lotta ci sono belle parole, utili a salvarsi l’anima, ma che non cambiano il mondo, non riparano ingiustizie, non battono l’ignoranza e i pregiudizi, non fanno vincere la sinistra.

 

L’orgoglio che sento per le radici della sinistra italiana, quelle che affondano nella pluralità delle culture e delle forze che hanno fatto la resistenza, comunisti, socialisti, liberali, azionisti, cattolici democratici, di cui noi ci sentiamo eredi, questo orgoglio mi porta a dire che oltre la funzione della sinistra riformista e di Governo non c’è nulla che possa dare concretezza e senso ai nostri ideali e valori.

 

La Crisi del Governo Prodi e il suo rilancio 

 

Per queste ragioni non vi nascondo di aver salutato con grande entusiasmo, con una vera esultanza il voto del Senato che mercoledì ha restituito la fiducia e il dovere di governare l’Italia al governo di Romano Prodi e dell’Unione.

 

Abbiamo superato una crisi grave, dimostrando che l’unità e la coesione della nostra coalizione sono ancora forti, nonostante i numeri ristretti cui ci condanna più che il voto espresso dagli italiani, una legge elettorale fatta apposta per impedire la governabilità e la stabilità delle maggioranze.

 

Una legge elettorale, è bene ricordarlo, fatta in solitudine  da un centro destra irresponsabile e certo della sconfitta, per tentare l’ultimo disperato assalto al potere, anche a costo di far pagare all’Italia il costo di un’instabilità strutturale del Governo.

 

Una legge elettorale che va cambiata, questa volta con la discussione di tutte le forze politiche, per ridare il diritto di scegliere i propri rappresentanti ai cittadini, la certezza della stabilità dei governi,  e noi chiediamo anche, con una riforma costituzionale, il diritto di essere deputati fin dal compimento dei 18 anni e senatori dal 25esimo anno d’età, per estendere la capacità di rappresentanza e le possibilità di rinnovamento delle nostre istituzioni.

 

Nei primi nove mesi il nostro Governo ha dovuto affrontare anche altre pesanti eredità consegnateci dalla destra, altri disastri ed altre storture, che passano dalla riduzione della legalità e dello spirito civico, fino alla disastrosa condizione dei conti pubblici, arrivando  ovviamente alle drammatiche condizioni del mondo del sapere e la diffusa precarietà del lavoro, per fare i primi esempi che mi vengono in mente.

 

La prima Finanziaria del Governo Prodi è servita proprio a questo: sanare i conti dell’Italia, per rientrare nei parametri europei del Patto di stabilità, ma soprattutto per mettere in condizione il Paese di uscire dal circolo vizioso del debito pubblico che dilaga mangiandosi il nostro futuro e dalla stagnazione della crescita zero.

 

Ma 38 miliardi di euro, una parte significativa dei quali recuperati con una sacrosanta ed efficace lotta all’evasione, saranno uno sforzo gigantesco ma infruttuoso se non metteremo mano ad una straordinaria stagione di riforme.

 

Già molte scelte nella giusta direzione sono state compiute, dai primi provvedimenti di contrasto alla precarietà, come il taglio del cuneo fiscale, alla nuova impostazione data alle politiche formative in particolare nella scuola, fino alle fondamentali liberalizzazioni introdotte dai Decreti Bersani e alla presentazione del disegno di legge di riforma degli ordini professionali in Consiglio dei Ministri.

 

Ma quello che ci occorre adesso è una netta accelerazione sulla strada delle riforme: scelte nette e radicali di innovazione, che debbono segnare la missione del centro sinistra di modernizzazione e apertura della società italiana.

 

I dodici punti che sono a fondamento del rilancio del nostro governo sono la dimostrazione che l’Unione non intende tirare a campare o galleggiare.

 

Al contrario abbiamo bisogno di un’agenda riformista coraggiosa e chiara, che definisca con i fatti la vera missione di questo Governo, la cifra reale delle sue ambizioni politiche, la soglia alta di tensione e di impegno per il cambiamento su cui l’Esecutivo deve finalmente sfidare una società troppo abituata alla difesa degli interessi di nicchia o di parte.

 

Con gli occhi delle giovani generazioni noi vediamo la necessità di un’accelerazione che sfrutti i prossimi 12 mesi, decisivi per l’azione di riforma del paese, prima di immetterci nel lungo ciclo elettorale che caratterizza la seconda parte di vita delle legislature italiane.

 

Noi chiediamo scelte coerenti con l’impegno di fare del merito e del talento i valori centrali di un paese che ridefinisce profondamente se stesso.

 

La libertà e l’autonomia delle giovani generazioni debbono essere i parametri intorno a cui ridefinire il disegno di coesione e di riforma dello stato sociale.

 

Un’autonomia intesa come libertà di determinare, sulla base del proprio lavoro e impegno, il proprio progetto di vita, senza i condizionamenti sociali ed economici che oggi limitano le possibilità di una parte larga della nostra generazione di scegliere la propria strada.

 

Noi crediamo nelle pari opportunità, nella possibilità data ad ognuno di scoprire liberamente le sue vocazioni e capacità, di formarsi per renderle più forti e ricche e di riuscire così a dare concretezza ai propri sogni e aspirazioni.

 

Noi vogliamo una società in cui la speranza di poter cambiare il proprio destino, la propria condizione sociale, sia un diritto di tutti.

 

Noi, con un po’ di poesia, rivendichiamo il diritto a sogni molto concreti: vogliamo una vita che assomigli ai nostri migliori slanci, alle nostre più ardenti passioni, ai nostri migliori desideri.

 

Il valore di un uomo non è ciò che possiede: noi crediamo nell’etica del lavoro dell’impegno, del sacrificio, non nella logica della rendita e della difesa ad oltranza delle posizioni acquisite.

 

Occorre ridare centralità alla libertà di ognuno, non nell’ottica dell’arbitrio, ma della libertà reale che ognuno può godere: la capacità che ognuno ha di conoscere e di fare, di tracciare una rotta nella vita, di acquisire nuovi diritti e conoscenze, decisivi nella società del sapere.

 

Noi dobbiamo decidere qual è il posto nel mondo che vogliamo occupi il nostro Paese, per noi la scelta è chiara: l’Europa di Lisbona, la società della conoscenza, l’orizzonte di una società competitiva  e aperta, ma capace di nuove reti di coesione sociale.

 

Immaginiamo un Paese che scommetta sulla creatività e sulla libertà delle persone, in cui l’investimento più forte sia dedicato alle infrastrutture materiali e immateriali del sapere, all’accesso alla rete, alla ricerca, in special modo quella di base, alla vivacità artistica e culturale delle giovani generazioni.

 

Un Paese che tuteli e allarghi i diritti civili e le libertà individuali, a partire dalla proposta dei DICO, credendo nella libertà responsabile dei propri giovani cittadini, spingendoli a misurarsi con la vita, a essere artefici e protagonisti del proprio futuro, con strumenti di autonomia e autodeterminazione universali e un forte incentivo dato al merito.

 

Non ci interessano politiche per chi “rimane indietro”, occorre riparametrare il welfare dalla funzione risarcitoria a quella promozionale e di incentivo, dall’assistere all’accompagnare e guidare chi vive una condizione di marginalità  verso un progetto di vita che ne liberi le energie.

 

Abbiamo in mente quelle comunità che riconoscono e premiano il valore della diversità e dell’integrazione fra culture, etnie, scelte di vita e orientamenti sessuali  o affettivi, non nella logica della mera tolleranza, ma della libertà individuale che lega tutti all’identità profonda di una comunità aperta, civile,democratica, in una parola moderna.

 

Crediamo che l’Europa sia la meta di ogni nostro sforzo: il processo di integrazione europeo è uno stimolo quotidiano cui tende la nostra generazione.

 

Vogliamo che l’Italia scommetta su quella che Richard Florida ha definito la nuova classe creativa, una comunità di persone libere e creative, che producono benessere e libertà per tutta la società in cui vivono: giovani artisti, ricercatori, artigiani, imprenditori, professionisti, giornalisti capaci di dare tono e dinamicità al ritmo con cui il nostro Paese interpreta, senza più subirle, le trasformazioni della società globale.

 

È con questa idea di Paese in mente che chiediamo un salto di qualità del Governo nella sfida delle riforme: lo chiediamo all’Ulivo e al nostro partito, i DS.

 

La prima priorità è liberare il lavoro dalla precarietà e ridare dignità allo strumento della flessibilità, pensandolo come utile non solo per le aziende, ma in primo luogo per i giovani lavoratori.

 

Pensiamo ad un moderno sistema di flexsecurity, in cui ogni passaggio da un impiego all’altro sia accompagnato dalla continuità di reddito e previdenziale, dalla formazione continua lungo tutto l’arco della vita, da strumenti di orientamento nel mercato del lavoro e nella formazione moderni e flessibili, personalizzati sul  percorso di ogni singolo giovane lavoratore.

 

Chiediamo un sistema universale di diritti che si applichi ad ogni forma di impiego: malattia, accesso alla formazione, ferie, maternità e paternità, per fare alcuni esempi.

 

Chiediamo che l’obbiettivo della flessibilità sia chiarito una volta per tutte: non è la riduzione dei costi per le aziende o la contrazione dei diritti sindacali dei lavoratori, ma la ricerca del lavoro più adatto alle capacità e alle aspirazioni di ognuno, trovato il quale la forma contrattuale in cui noi crediamo è il contratto di assunzione a tempo indeterminato.

 

Una sfida che quindi mira alla stabilizzazione e fidelizzazione dei lavoratori da parte delle imprese, chiamate quest’ultime a crescere nel mercato europeo e globale, non a cercare disperatamente di sopravvivere con improbabili strategie di contenimento dei costi e finanziarizzazione degli utili.

 

Il Ministro Damiano ha dimostrato di avere idee chiare in proposito: dobbiamo chiedere a tutto il Governo e all’Ulivo in particolare di dare sostegno pieno alla strategia di riforma che Damiano ha intrapreso, superando e battendo inclinazioni ideologiche e corporative che si nascondono, anche nel Governo, dietro altisonanti slogan privi di contenuti reali.

 

Ha fatto di più Damiano con due circolari, che mesi e mesi di chiacchiere ideologiche e inutili sull’abrogazione di questa o quella legge.

 

La lotta agli incidenti e alle morti sul lavoro non si fa a chiacchiere, perché una piaga atroce come questa di cui si è tornati a parlare e ad occuparsi grazie al Governo di centrosinistra e agli accorati richiami del Presidente Napolitano, deve basarsi sulla concretezza di provvedimenti che incentivino la prevenzione e sanzionino realmente le imprese irresponsabili, come dimostra la circolare sui cantieri edili e i loro tempi di assunzione.

 

Così come per ridurre la precarietà dei lavoratori dei call-center non servono chiacchiere, ma circolari chiare che costringano tante imprese a rinunciare all’abuso della forme contrattuali flessibili.

 

Alle giovani generazioni interessa molto il dibattito sulla previdenza: è paradossale che la nostra generazione, l’unica il cui futuro previdenziale è stato realmente riformato, con il passaggio dal retributivo al contributivo, non possa far pesare il proprio punto di vista in una discussione tutta incentrata sulla solidità e accessibilità del sistema pensionistico attuale per le generazioni adulte, mentre noi, cifre alla mano, non avremo mai una pensione minimamente dignitosa, a meno di profonde  e immediate riforme.

 

Altrimenti rischia di incrinarsi non solo il Patto tra le generazioni che è decisivo rinforzare, in una società dal rapido tasso di invecchiamento, ma tutto lo stato sociale per come fino ad oggi lo abbiamo conosciuto: noi non avremo salari e pensioni dignitose per sostenere e accompagnare verso la vita adulta i nostri figli.

 

La solidarietà e la coesione della società italiana è a scadenza: massimo tra trenta anni l’attuale sistema sociale non esisterà più.

 

Perciò la totalizzazione dei contributi, l’agibilità della previdenza integrativa, l’introduzione dei contributi figurativi e l’aumento dei salari  ad oggi percepiti da gran parte dei giovani lavoratori sono scelte non più rinviabili.

 

Così come l’innalzamento dell’età pensionabile che, una volta definiti i lavori usuranti, da preservare con grande efficacia, deve riguardare tutti i lavoratori, con il sistema di incentivi più credibile che le parti sociali definiranno con il Governo, ma con la nettezza di una scelta che, visti i dati di invecchiamento attivo della popolazione italiana e di longevità, è un passaggio ineludibile di un nuovo patto di solidarietà intergenerazionale.

 

Altre priorità sono legate al tema delle politiche di autonomia: incentivi per la casa, sia per l’acquisto che per gli affitti, cercando di colmare la distanza sempre più marcata fra l’età di presa d’autonomia dal nucleo familiare d’origine dei giovani italiani, sempre più costretti a rimanere nelle mura domestiche e quello di molti dei nostri coetanei europei, decisamente più precoci.

 

Occorre mettere a disposizione dei giovani italiani strumenti più forti di autopromozione: dall’acceso al credito, al prestito d’onore, fino all’incentivazione della creatività giovanile e delle forme associative finalizzate alla progettualità europea.

 

Tra le leve che producono autonomia e libertà per le giovani generazioni c’è indubbiamente l’accesso al sapere.

 

Ancor prima dell’analisi sulle correzioni sostanziali da apportare agli effetti reali di una riforma pure importante, come quella della laurea triennale, o di analizzare la centralità dell’innalzamento dell’obbligo scolastico, vogliamo soffermarci sulla enorme importanza delle politiche per il diritto allo studio.

 

Al nostro Paese serve una sfida chiara e impegnativa per tutti, Governo, parti sociali, istituzioni del sapere: aumentare il numero di diplomati e dei laureati per ogni leva d’età ai livelli standard del resto dell’Europa unita.

 

Questo significa costruire un nuovo welfare studentesco fatto di borse e assegni di studio da triplicare per numero e da far crescere in dimensione, di comodato d’uso gratuito dei libri di testo, ma anche da sostegno agli affitti e alla mobilità in Italia e all’estero, di accesso ai programmi comunitari, di orientamento personalizzato a partire dal 14° anno d’età, fino alla formazione post laurea e alla formazione lungo tutto l’arco della vita.

 

C’è la necessità di una vera e propria redifinizione di tutto il sistema del diritto allo studio, con normative quadro che indirizzino le regioni e leghino la valutazione di scuole e Università autonome a parametri di qualità della condizione studentesca.

 

Oggi ci occorre una sostanziale accelerazione dell’azione del Governo sull’Università: lo diciamo con chiarezza anche al Ministro Mussi, ai Sottosegretari Modica e Dalla Chiesa.

 

Il tempo delle mezze parole e dei rinvii è finito: qual è la nostra idea di Università? Ci va bene la triennale così com’è?

 

In quanto tempo intendiamo triplicare la borse di studio?

 

Come gli studenti contano nella valutazione delle Università?

 

Sono solo le tre prime e semplici domande, ma potremmo farne molte altre, perché noi siamo pronti a sostenere l’azione del Governo, ma voi, compagni e amici, siate buoni, per sostenervi qualcosa dovrete pur fare!

 

Ed infine l’ultima delle priorità, quella forse più significativa per il valore materiale di trasformazione e di apertura della società italiana, ma ancora più importante per il significato politico e culturale che ha: la riforma delle libere professioni e il processo di liberalizzazioni del mercato italiano.

 

Aprire la società italiana al merito e ai talenti, rompere rendite e incrostazioni tutto ciò vuol dire: dimostrare che l’Ulivo intende modernizzare l’Italia investendo su energie e idee nuove, su una generazione nuova.

 

Riuscire a rompere il blocco che spesso incarnano le libere professioni può darci una spinta straordinaria per dare ossigeno ad una nuova generazione in tutti gli ambiti della società italiana, l’impresa il pubblico impiego, la politica stessa, dando credibilità al disegno di un Paese radicalmente nuovo, più giusto e più libero.

 

Il ministro Bersani deve sapere che al suo fianco non troverà solo la Sinistra giovanile, ma la grande maggioranza dei giovani italiani, perché lui ha avuto il coraggio di sfidare un paese chiuso, vecchio ed egoista, ed il coraggio di questa sfida non lascia indifferenti tutti i giovani italiani che credono in un paese più giusto e più libero.

 

A queste scelte già assunte e alle tante sfide che vogliamo lanciare va aggiunta una conquista che rivendichiamo come nostra: l’istituzione del Ministero delle politiche giovanili, che nelle mani di Giovanna Melandri sta dimostrando l’importanza per le giovani generazioni di avere trasformato i giovani da un problema di ordine pubblico, un problema sociale, nella migliori della ipotesi, in una risorsa per tutto il Paese.

 

Con il Ministero e l’istituzione del Consiglio nazionale dei giovani vediamo i frutti concreti di quella grande sfida di rappresentanza e partecipazione che è stata la proposta di legge di “Accesso al Futuro”.

 

Permettetemi di dedicare una particolare attenzione alla politica estera del nostro Governo: quella su cui si è prodotta la crisi che da oggi, con il voto di fiducia della Camera è definitivamente alle nostre spalle.

 

Nei molti cortei per la pace e nei movimenti per una diversa globalizzazione di cui siamo stati partecipi e protagonisti, dalle manifestazioni contro la guerra in Iraq, fino alle numerose edizioni della marcia per la Pace da Perugia ad Assisi, quei 25 Km dove da umbro e da convinto pacifista ho sempre trascinato, a volte fisicamente, tutti voi, abbiamo incontrato una generazione che crede in un mondo più giusto e vuole battersi per costruirlo.

 

In nove mesi il Governo italiano ha dimostrato che il nostro Paese può avere un ruolo decisivo per la costruzione della pace e di un governo democratico e multi laterale del mondo, con una politica estera radicalmente diversa da quella smaccatamente antieuropea, ridicola e amicale del precedente Governo.

 

La generazione della bandiere arcobaleno, portate con orgoglio nei cortei e appese ovunque nelle nostre città, ci chiede che l’ONU abbia la forza e la credibilità di prevenire o risolvere le crisi internazionali, evitando lo scoppio dei conflitti con il dialogo e la diplomazia o trovando le forme per fermarli, anche con l’inevitabile utilizzo di forze di interposizione e di polizia per il mantenimento della pace.

 

Dopo innumerevoli fallimenti, dopo troppe dimostrazioni di impotenza e tante delegittimazioni subite dalla logica di potenza delle grandi super potenze, per la prima volta dopo tanti, troppi, anni le Nazioni Unite hanno fermato un conflitto e avviato una crisi drammatica, esplosiva, verso il terreno della stabilizzazione e della risoluzione negoziale.

 

La guerra di cui parlo è la guerra fra Israele e Libano, la cui drammaticità sta nell’essere una delle tante crisi in un’area decisiva per la pace del mondo e per la lotta contro il terrorismo internazionale qual è il medio oriente.  

 

La missione italiana in Libano, la Conferenza di Roma, gli sforzi e il ruolo del nostro Governo hanno dimostrato che un’altra politica estera è possibile, che l’ONU può essere il nucleo centrale di un nuovo ordine mondiale, basato sulla legalità internazionale e sul dialogo e la cooperazione.

 

Il nostro Governo ha il merito storico di aver riacceso una speranza: al di là degli sforzi grandi che ancora ci attendono per la piena pacificazione di quella parte del mondo, al di là degli enormi rischi che pure corrono i nostri soldati, l’impegno dell’Italia ha dimostrato che non esiste solo la logica delle armi, ma che lo spazio per una politica del dialogo e della pace preventiva esiste ed è percorribile.

 

Il ritiro delle nostre truppe dall’Iraq, senza che questo significasse abbandonare quel popolo allo stillicidio quotidiano delle centinaia di morti causati dall’occupazione, ma ancor di più dall’evidente e finora inarrestabile guerra civile, è un altro evidente esempio del cambiamento radicale del ruolo dell’Italia nel mondo.

 

Senza dimenticare il rilancio della funzione dell’Europa, che per la prima volta trova, grazie al contributo non irrilevante dell’Italia, la capacità di parlare con una sola voce in politica estera, e di farlo come quella grande potenza civile e di pace, che abbiamo sempre invocato.

 

Nel Consiglio di sicurezza dell’ONU il nostro paese non siede per logiche tristi e antiquate di “piccola potenza”, come avrebbe voluto l’ex Ministro Fini, ma per rappresentare tutta L’Europa, per dimostrare che il governo della globalizzazione, la sconfitta del terrorismo internazionale, la pace in medio oriente fra palestinesi e israeliani, il blocco della proliferazione nucleare, la lotta contro la fame e l‘aids, sono obiettivi possibili solo se l’Europa afferma ed esercita fino in fondo il proprio ruolo.

La stessa presenza italiana in Afghanistan è sotto l‘egida dell’ONU e ci permette di non abbandonare quel Paese al ritorno dei Talebani o alla disastrosa prepotenza dei signori della guerra.

 

Per bloccare e riconvertire il traffico dell’oppio, per portare pace e sicurezza al popolo afgano noi possiamo fare come Paese molte cose, una sola ci è proibita dal buon senso e dalle regole della comunità internazionale: andarcene.

 

Debbo confessarlo per primo e credo di parlare a nome di voi tutti: siamo molto orgogliosi della politica estera del compagno Massimo D’Alema e a giudicare dai sondaggi non siamo in pochi a condividere questa valutazione e questo orgoglio.

 

Se fossi un cittadino di Vicenza protesterei anch’io contro l‘allargamento della base americana, ma in primo luogo ne chiederei conto al precedente Governo e al Sindaco, perché nella stessa Costituzione della repubblica italiana, in cui è sancito il diritto a manifestare liberamente le proprie opinioni e che il nostro Paese ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, sta chiaramente scritto che l’Italia rispetta e onora gli accordi internazionali che sottoscrive, tutti, anche quelli assunti dai Governi precedenti, anche quelli la cui applicazione è giusto discutere e rivedere come il nostro attuale Governo ha già chiesto.

 

Care compagne e cari compagni io credo che sia giunto il momento di dire a chiare lettere che è finito il tempo degli slogan ideologici degli anni settanta: se gli yankee sono Derek Obama o Hillary Clinton non solo è antistorico e inaccettabile dire go home, ma al contrario credo si debba sperare che arrivino al più presto.

 

I rigurgiti di vecchi e tristi atteggiamenti da ragazzi del 77 non sono accettabili, l’America è un grande paese, una grande democrazia, ciò non significa che noi condividiamo qualcosa dell’azione del Presidente Bush, ma un Paese come l’America è indispensabile anche per riparare ai guasti che la stessa America ha prodotto in giro per il mondo.

 

La politica estera dell’Italia pensa al mediterraneo come mare di pace, di dialogo tra popoli e religioni, di sviluppo e crescita culturale ed economica.

 

La politica estera dell’Italia promuove e valorizza la cooperazione internazionale e la tutela globale dell’ambiente.

 

Queste sono le sfide che vorremmo fossero al centro dell’azione del Governo e dell’Ulivo nei prossimi mesi.

 

Per quanto ci riguarda, noi dovremo prepararci a convincere e motivare le giovani generazioni a fare la loro parte, quella non dei semplici spettatori ma di attori protagonisti della costruzione della società e del mondo che vogliamo.

 

Il nostro deve essere un riformismo dal basso, vissuto e organizzato nella società, perché la rivoluzione culturale e morale che dobbiamo portare nel nostro Paese ha bisogno di una politica nuova.

 

In cammino verso una sinistra nuova: la sfida del partito democratico

 

La perdita di credibilità dei partiti e della politica tutta ha radici e cause molteplici e profonde nel nostro paese, ma l’attuale crisi della democrazia in tutto l’occidente travalica le nostra difficoltà e ci consegna la necessità impellente di impegnarci per restituire alla politica la forza e il potere che oggi le sono state sottratte dall’economia globale e dalle forze che guidano l’attuale processo di mondializzazione (banche centrali, multinazionali, poteri informali ecc. ecc.)

 

Agli occhi di un ventenne il Presidente di una grande multi nazionale è molto più potente del Presidente del consiglio italiano.

 

La costruzione di una nuova sinistra, capace di interpretare il nostro tempo, e di svolgere la funzione storica di cambiamento e di difesa della democrazia che le compete è una sfida non più rinviabile.

 

Tanto più che la domanda di una politica nuova è già emersa con forza dalla nostra generazione, non trovando negli attuali partiti uno spazio sufficientemente ricco e innovativo per essere soddisfatta.

 

La sinistra non può arrendersi ed accettare di essere relegata al ruolo della testimonianza, la sinistra o ha la forza di declinare nel tempo odierno i suoi valori e la sua identità, evolvendo le forme in cui si organizza e il soggetto politico in cui si esprime oppure perdendo la capacità di trasformare il presente e di costruire il futuro perde la stessa ragione della sua esistenza.

 

Per queste ragioni è necessario portare a termine il lungo percorso di unità del riformismo italiano, non per raccogliere gli eredi e i sopravvissuti a tante diaspore e sconfitte, non per fare un anacronistico compromesso storico bonsai, e neppure per la sola ragione di un pur apprezzabile e doveroso sforzo di semplificazione del nostro campo politico.

 

Ci sono ragioni più profonde e ambiziose che ci parlano della funzione nazionale di un grande partito capace di cambiare la cultura e le gerarchie sociali del nostro paese, capace di trasmettere e conquistare gli italiani su di un nuovo progetto unificante, una nuova missione, un nuova idea di società più moderna e giusta.

 

Per la nostra generazione il mondo così come viveva e si divideva prima del 1989 è argomento di studio sui libri di storia, il lavoro e la sua identità non è più certo e comprensibile come per le generazioni vissute nella società organizzata intorno al modello di produzione fordista, la globalizzazione non è un fenomeno da studiare ma la realtà delle nostre vite.

 

La tecnologia porta con se un mutamento così profondo che nell’epoca della società della conoscenza e del sapere è divenuto quasi un’evoluzione di carattere antropologico e di specie.

 

Le conoscenze e i beni che determinano l’inclusione o l’esclusione dai processi sociali sono così mutati e continuano a mutare così rapidamente da rendere obsolete le forme di rappresentanza politica e sociale della sinistra ancor prima che queste prendano coscienza delle ultime innovazioni tecnologiche o culturali.

 

Per questo la nostra generazione conosce la politica, ne ha un bisogno disperato, spesso la pratica con forme inedite e originali, ma sicuramente non si riconosce negli attuali partiti.

 

Non a caso fra le giovani generazioni il successo dell’Ulivo è stato così grande e decisivo per la stessa vittoria elettorale di tutta L’Unione.

 

Sentiamo l’orgoglio di poter affermare pienamente che la Sinistra giovanile è una parte significativa di quella Generazione dell’Ulivo emersa con nettezza dopo il voto di aprile come la più grande novità politica del quadro elettorale e come la decisiva speranza di rinnovamento del centrosinistra.

 

Noi siamo parte di questa generazione e la conosciamo bene, perchè abbiamo contribuito a farla crescere, nei numeri e nella consapevole adesione all’Ulivo quale progetto politico di unità dei riformisti, non solo nei convulsi mesi della campagna elettorale, ma in cinque lunghi anni di impegno.

 

La Generazione dell’Ulivo nasce ben prima delle primarie e delle elezioni politiche: nasce nei grandi cortei che chiedevano pace e una globalizzazione più giusta, nasce nell’opposizione alla Moratti condotta nelle scuole e nelle università, nasce dalla denuncia della torsione inaccettabile della flessibilità in precarietà.

 

Nasce grazie a cinque anni di lavoro politico quotidiano, dislocato in ogni angolo d’Italia, nelle periferie delle grandi città come nei piccoli centri.

 

Un impegno collettivo, non solo nostro, a cui sappiamo di aver dato un contributo decisivo.

 

Ma aver raccolto il loro voto non basta, non può essere sufficiente, perché quello di cui abbiamo bisogno non è un buon cartello elettorale o peggio un partito che viva solo di marketing e comitati elettorali.

 

Abbiamo bisogno di un partito di massa, popolare, democratico e aperto alla partecipazione attiva dei cittadini.

 

L‘esperienza politica di chi ha conosciuto il mondo dopo il 1989, di chi non è ex o post qualcosa è preziosa e insostituibile.

 

Sentiamo la necessità di aprire le porte del partito nuovo alle domande di riforma della politica che la nostra generazione ci ha consegnato in questi anni di intensa riscoperta della dimensione collettiva dell’agire politico.

 

La generazione dell’Ulivo va convinta e motivata a partecipare ed essere protagonista del partito nuovo, muovendo dalla eterogenea e costituente complessità delle biografie, uniche e non omologabili, di chi è cresciuto nella società degli individui.

 

Nelle variegate esperienze del volontariato sociale, nel nuovo mondo del lavoro flessibile e precario, nei movimenti che hanno declinato piattaforme globali nel nostro Paese, nei percorsi singoli di merito e di successo possiamo trovare le energie che ancora mancano per riuscire nella nostra nuova impresa.

 

La nostra prima aspirazione deve essere quella di allargare i confini, ideando un canale privilegiato di accesso ai luoghi di costruzione del partito democratico da mettere a disposizione delle ragazze e dei ragazzi.

 

Chi oggi ha venti anni vuole un partito capace di cambiare il mondo, di produrre in Italia una “riforma intellettuale e morale”, capace di offrire gli strumenti dell’azione collettiva, quella che fa la storia, ad una generazione che fino ad oggi ha conosciuto la dimensione collettiva solo come somma dei singoli. 

 

In questa grande ambizione sta il fascino enorme di questo progetto.

 

Sui giovani riformisti di questo paese grava un onere pesante e meraviglioso.

 

Costruire quell’ organizzazione giovanile di massa, plurale e inclusiva, che abbia la forza e la cultura per sostenere un grande progetto generazionale per il rinnovamento del Paese e di declinare in nuove forme i valori di libertà, giustizia e uguaglianza propri del socialismo europeo e del progressismo globale.

 

Il Partito democratico, laico, riformista, socialista, antifascista, libertario che noi immaginiamo rappresenta una novità e un passo avanti fondamentale per il nostro paese.

 

 La stessa crisi di governo degli ultimi giorni segnala la necessità di una vera riforma del sistema politico italiano, di cui tale partito dovrà essere il perno.

 

 A questa prospettiva, la nostra generazione, a partire dal voto all’Ulivo nell’ultima tornata elettorale, ha dimostrato di guardare con interesse e speranza.

 

Oggi, a partire da una prospettiva generazionale, siamo noi il terreno su cui maturano i nuovi bisogni materiali e immateriali che danno senso alla costruzione di una nuova forza politica.

 

Crediamo in questo progetto perché in esso si cela la nuova funzione nazionale e globale che la sinistra deve saper svolgere in Italia e nel mondo.

 

 La modernizzazione e la europeizzazione del paese come leve per vincere la sfida della competitività internazionale e per dare all’Italia, inserita nel contesto europeo, la funzione di promozione di una globalizzazione più equilibrata e di un ordine mondiale basato sul multilateralismo, sul dialogo e la pace, sulla cittadinanza non intesa come spazio giuridico ma come processo sempre incompiuto di superamento de “l’ingiustizia della sorte naturale e sociale nella vita delle persone”

 

La Sinistra Giovanile, dovrà ripensarsi all’interno di tale progetto.

 

Per questo il nostro appuntamento congressuale ha un carattere straordinario. 

 

Nasce una nuova Sinistra Giovanile, che si impegnata apertamente nella costruzione di un soggetto generazionale unitario dei riformisti.

Si tratta di proiettare la straordinaria esperienza e le tante idee, passioni e competenze della nostra organizzazione in una nuova dimensione.

 

Non si tratta di cancellare, rimuovere o sciogliere una storia ed un soggetto politico.

 

Si tratta di rilanciare e rideclinare il nostro ruolo e la nostra funzione nel nuovo scenario della sinistra in Italia, in Europa e nel mondo.

 

Ma per fare questo non bastano le nostre sole forze.

 

È necessario che l’organizzazione si apra.

 

 Alle altre giovanili di partito, dai Giovani della margherita, con cui da subito deve rafforzarsi e rendersi stabile, a livello nazionale e territoriale, un rapporto di confronto e di costruzione del progetto politico, alla Federazione dei giovani socialisti, cui ci lega la comune appartenenza all’ Ecosy e alla Iusy.

 

Allo stesso modo dovremo aprirci alle tante realtà associative di carattere studentesco, culturale, sociale e sindacale presenti nel mondo giovanile che possono tendere verso la stessa meta, in un rapporto più proficuo che sappia effettivamente valorizzare e far emergere i talenti di numerosi giovani che non riescono ancora a sentirsi a pieno attori di questa sfida, mettendo al centro le persone e la partecipazione come strumento di una nuova politica.

 

Noi vogliamo un Partito della libertà, del merito, del talento, della creatività.

Noi vogliamo un Partito dei diritti, della cittadinanza attiva, dei diritti civili, dei diritti delle donne, della laicità della politica e delle istituzioni.

 

Noi vogliamo un Partito della giustizia sociale, delle pari opportunità, delle capacità.

 

Noi vogliamo un Partito della politica pulita e trasparente, della lotta alla mafia, della legalità.

 

Noi vogliamo un Partito della Costituzione, della prima parte della nostra carta, che è eterna e meravigliosa, un Partito della memoria storica, l’erede delle forze politiche che hanno fatto la resistenza e hanno permesso la liberazione del nostro Paese dal fascismo e dal nazismo, delle forze che hanno costruito e difeso la nostra democrazia.

 

Noi vogliamo un Partito della Pace, della politica che cambia il mondo, della politica che riconquista il suo ruolo e riconduce l’economia ad essere uno strumento nelle mani degli uomini.

 

Noi vogliamo un Partito dell’Europa, come identità, spazio e tempo delle ragazze e dei ragazzi di tutto il continente, un Partito che rinnovi e faccia crescere la forza del Partito del socialismo europeo.

 

Noi vogliamo un Partito delle giovani generazioni, che ci assicuri uno sbocco finalmente certo dopo la transizione infinita degli anni passati.

 

Questo partito sarà il Partito nuovo, il Partito Democratico."


Image“O siamo capaci di portare avanti una politica giovane o parlare di giovani è solo una giaculatoria”. Così ha concluso il suo intervento il ministro dello sviluppo economico Pierluigi Bersani al IV Congresso nazionale della Sinistra giovanile. “Abbiamo bisogno di un partito nuovo, che sappia parlare a chi è nato dopo il 1989 – ha dichiarato Pierluigi Bersani ai  600 giovani in sala - Un partito che tenga in adeguata considerazione i valori delle nuove generazioni: la liberazione, la Costituzione, il ricordo della Shoah, l’emancipazione femminile, Falcone e Borsellino”.
Nel suo intervento, il Ministro dello sviluppo economico ha toccato anche il tema delle liberalizzazioni: “E’ importante accompagnare questi provvedimenti con un messaggio civico, ma popolare, che faccia capire che chi ruba è un “coglione” non chi è onesto”.
Un grande applauso ha accompagnato Bersani al termine dell’intervento, uno sprone ad andare avanti sulla strada intrapresa.
 



buuu...e io nel frattempo trafficavo con gli invitati....e ho sentito pochissimo...ma ho ancora 2 giorni per recuperare..
a domani con altre news..
_bUbLè_




permalink | inviato da il 2/3/2007 alle 19:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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